A filo d'erba

di Stefano Catone

Istruzioni per devastare l’identitarismo e il nazionalismo

In queste ore mi è capitato di meravigliarmi per alcuni testi che stiamo curando e pubblicando con People. Mi sono meravigliato per come, in un attimo, si siano tenuti stretti e abbiano dato un senso a quello che facciamo.

Il testo che ho seguito più da vicino si intitola Lettera agli italiani come me ed è una lunga lettera, appunto, che Elizabeth Arquinigo ha voluto indirizzare agli italiani senza cittadinanza, dopo aver intrattenuto un carteggio col ministro Salvini in merito al decreto che proprio mentre scrivo è stato approvato dal Senato. Un decreto cattivo e viscido, frutto della peggiore ideologia, quella che vuole tenerci separati, che vuole dividerci.

La trama politica di quanto denuncia Elizabeth, con la forza della sua storia e con la dolcezza delle sue parole, è svelata da un’altra Elizabeth, che di cognome fa Warren, senatrice americana. Elizabeth Warren è protagonista della seconda pubblicazione che in queste ore stiamo dando alle stampe, Per cosa ci battiamo, una rassegna dei discorsi degli esponenti democratici più citati in queste ore. Dice la senatrice Warren:

È tutto riconducibile allo stesso obiettivo: dividere, mettere i lavoratori neri contro quelli bianchi, così che non possano unirsi, dire agli americani di non fidarsi gli uni degli altri, di temersi l’un l’altro, di odiarsi l’un l’altro.

Elizabeth Arquinigo racconta di essere arrivata in Italia diciotto anni fa, con la sua sorellina, atterrando a Malpensa. Loro due sole perché ad attenderle c’era la mamma, mentre alle spalle, in Perù, si lasciavano il papà. Elizabeth ha studiato, si è laureata, ha vissuto sulla sua pelle le piccole ma grandi discriminazioni che vivono gli italiani senza cittadinanza. E ora rischia di non poter fare un master all’estero perché il decreto allunga senza ragione i tempi per il riconoscimento della cittadinanza. «Cosa vuole da noi, signor ministro dell’Interno?», si chiede a un certo punto Elizabeth. «Invece di dire che siamo suoi amici basterebbe che ci lasciasse stare, che ci lasciasse studiare e lavorare come tutti i cittadini italiani».

In quel momento in cui mi sono meravigliato ho pensato che mi piacerebbe che fosse Elizabeth a occuparsi di persone migranti, di stranieri, di nuovi italiani. Mi piacerebbe che lo facesse sedendo nelle istituzioni della nostra Repubblica. Alexandria Ocasio-Cortez, che da poche ore è la più giovane donna mai eletta al Congresso degli Stati Uniti d’America, dice molto semplicemente che «le persone più vicine al problema dovrebbero essere le più vicine al potere».

Questa mattina mi sono chiesto come mai mi sentissi felice per l’elezione di Ocasio-Cortez, così come per l’elezione di esponenti delle cosiddette “minoranze”, che siano etniche, religiose, di orientamento sessuale. La risposta che mi sono dato è che la capacità di rappresentare la società nelle istituzioni è indice di una maggiore coesione sociale, della capacità di convivere e di stare assieme. L’esatto opposto di quanto c’è scritto nel decreto, l’esatto opposto di quanto propone Donald Trump e l’esatto opposto di un’idea di paese diviso tra bande, sull’orlo di una guerra civile.

Elizabeth rivendica la sua “terza cultura”, la capacità di «vivere tra più culture, perché non è questione di annullare una delle due “identità”» e «la convivenza – aggiunge – è anche nelle persone, non solo tra le persone». Una “terza cultura” insopportabile per Trump, Salvini e i loro amici (anche quelli a 5 stelle), «perché è la dimostrazione pratica che esistono realtà molto diverse dal loro concetto di identità, realtà che devastano l’identitarismo e il nazionalismo».

Beto O’Rourke, altra figura americana da tenere sotto osservazione, parla di questa cultura utilizzando un’immagine e un luogo: la frontiera tra Stati Uniti e Messico, «tra El Paso e Ciudad Juárez: nel cuore del deserto di Chihuahua, alle pendici delle Montagne Rocciose, queste due comunità sono unite come non accade in nessun altro luogo del mondo». E’ qui che si incontrarono per la prima volta, nel 1909, i presidenti dei due paesi. «Per la cronaca, non ci fu bisogno di traduttori, perché entrambi parlavano sia l’inglese che lo spagnolo».

Leggete queste pagine. Sono letture che fanno bene e che ci tengono assieme.

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